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Il teatro di Artaud è stato spesso assimilato ad una messa in scena di forte impatto emotivo, con utilizzazione di espedienti tecnici granguignoleschi e sanguinolenti, per provocare la reazione di un pubblico impigrito ed imborghesito da un certo teatro di maniera, che per tutto il Novecento è stato facilitato e consentito da poteri istituzionali scarsamente democratici, se non addirittura dittatoriali.
La crudeltà di Artaud è stata proposta come irruzione violenta e necessaria nel vissuto quotidiano ed ordinario dello spettatore, per scuoterlo dal torpore della massificazione. Questi e simili contenuti sono presenti nella teoria artaudiana del teatro, ma si potrebbe avanzare il sospetto che, da una parte, il Potere abbia fatto emergere solo taluni aspetti violenti (e violenti lo sono, se sdradicati dall’intero contesto del mondo artaudiano), per denigrare e minimalizzare l’importanza della rivoluzione di Artaud nel teatro, mentre, dall’altra parte, molte compagnie di avanguardia teatrale abbiano scelto la scorciatoia di una rappresentazione ad effetto, per ansia di azione politica immediata e pigrizia intellettuale.

È Artaud stesso che chiarisce il significato di “crudeltà” e lo distingue da un uso esclusivo legato all’esasperazione violenta.

Si può benissimo immaginare una crudeltà pura senza strazio carnale. Del resto, che cos’è la crudeltà in termini filosofici? Dal punto di vista dello spirito, crudeltà significa rigore, applicazione e decisione implacabile, determinazione irreversibile, assoluta”.

Significa, insomma, andare al fondo delle cose, cercare la verità.
Artaud mette in evidenza sempre e comunque il principio che non si ha crudeltà senza coscienza.
In tal senso, il teatro di Artaud va inteso come spazio sacro e non teologico, ma il teatro della crudeltà non è un teatro dell’inconscio.

Presentare il teatro di Artaud è un ricalcare le conclusioni di tanti studiosi, per cui, nella storia del teatro, Artaud è il viaggioArtaud è il teatroArtaud è l’unico spazio possibile di messa in scena della “crudeltà”.

Nella prefazione all’edizione italiana di Il teatro e il suo doppio di Artaud, Derrida scrive:

Il teatro della crudeltà espelle Dio dalla scena. Non mette in scena un nuovo discorso ateo, non presta la parola all’ateismo, non apre lo spazio teatrale a una logica filosofante che proclami una volta di più, come se non fossimo già stanchi di questo, la morte di Dio”.

A partire da una crisi dell’esperienza religiosa, si propone il teatro come luogo in cui possa avvenire ciò che nel passato poteva esprimersi nell’ambito dell’elaborazione religiosa dell’esperienza del sacro.
Il teatro della crudeltà diventa il teatro che riporta al centro l’esigenza di una scena più che di una rappresentazione, una scena in cui si possono esprimere dimensioni profonde, oscure e conflittuali che non trovano più un’elaborazione religiosa adeguata.
In questa scena la parola resta, ma come uno degli elementi in un complesso di segni. Non è più la parola dell’Autore. La parola è qui uno dei segni di una partitura psico-corporale.
Non c’è più un Dio-Autore che ha pronunciato quelle parole, ma un gruppo che crea, che produce non delle parole, ma un insieme di atti, di segni. La parola e la scrittura diventano gesti all’interno di un sistema.

Derrida sintetizza gli aspetti cruciali del teatro artaudiano:

È senza dubbio estraneo al teatro della crudeltà:
Qualsiasi teatro non-sacrale.
Qualsiasi teatro astratto che escluda qualche cosa nella totalità dell’arte, dunque della vita e delle sue risorse di significazione: danza, musica, volume, profondità, plastica, immagine visiva, sonora, fonica ecc. Un teatro astratto è un teatro in cui non sia manifestata la totalità del senso e dei sensi
”.

Il teatro di cui ci parla Artaud si presenta, dunque, come un teatro che, in quanto sacrale, vuole evocare qualcosa di mitico, arcaico, qualcosa che è legato alle grandi metafore dell’esistenza.

Derrida continua, dicendo che estraneo al teatro della crudeltà è un teatro che dia il primato alla parola; un teatro della distanziazione; un teatro non politico.
Quello di Artaud è un teatro politico, perché consiste in una trasgressione sociale, e non, dice esplicitamente Derrida, nella trasmissione pedagogica di un concetto.
Secondo Derrida, il teatro della distanziazione sarebbe un teatro pedagogico, mentre il teatro del coinvolgimento sociale in un atto di festa trasgressiva sarebbe un teatro politico.
L’idea del teatro di Artaud come teatro politico è inteso in senso partecipativo.

Derrida conclude il suo elenco delle forme teatrali estranee al teatro della crudeltà, annotando che esso non è un teatro ideologico, cioè non è un teatro che interpreta un contenuto, che vuole diffondere un messaggio.
Queste sono le caratterizzazioni peculiari che vengono date in negativo al teatro della crudeltà: un teatro non sacrale, astratto, della parola, della distanziazione, non-politico, ideologico. Queste sono le caratterizzazioni più lontane da ciò che si intende come teatro della crudeltà.

A ciò si va ad aggiungere che non è un teatro ideologico e non è un teatro dell’inconscio.
Derrida dice giustamente che quello di Artaud non è un teatro dell’inconscio, perché la parola dello psicanalista è ancora la parola del padrone ed è dentro il modello classico del sapere sull’uomo per Artaud.

Teatro della crudeltà, dunque, nel senso di una radicalizzazione del contenuto culturale che viene proposto.

Tra le tante e diverse analisi del teatro della crudeltà, interessante è quella proposta da Carlo Pasi, che, provocatoriamente propone uno studio parallelo ed incrociato di rimandi ed allusioni, tra Artaud e Sade, giungendo anche a prefigurare l’ipotesi che Sade “potrebbe apparire l’anticipatore del teatro della crudeltà. Tale interpretazione è resa possibile dall’avvento-Artaud, che del mondo sadiano ha prolungato le risonanze. Come nota Borges, ogni grande autore crea i suoi precursori. E se Sade può avere influenzato Artaud, è solo attraverso Artaud che si può parlare di una dimensione teatrale di Sade”.

Pasi
pone Sade e Artaud in cima ad una partenza comune di dolore che li fa “estranei”, l’uno per mostrare, l’altro per di-mostrare.
Entrambi nascono da un’urgenza “esibizionistico-comunicativa” di valore teatrale: è un esibizionismo angoscioso, che scaturisce dalla rabbia di voler comunicare; e la comunicazione si concentra in una esposizione di se stessi.

Pasi
descrive l’esigenza comunicativa di Artaud come una situazione esistenziale costante che “gli si gonfiava dentro fino ad esplodere all’istante. Non poteva oggettivarsi in opere distaccate ed autonome. La sua opera era lui stesso. Il suo spazio teatrale veniva circoscritto dal fiato caldo dello spettatore. Al limite del contatto fisico. C’è l’urgenza del febbricitante che non ha lunghe distese di tempo. Ignora le lente pause. La febbre gli fa bruciare nell’attimo tutte le risorse. Di qui la glorificazione dell’immediato. Del gesto non più ripetuto. Vissuto e consumato nel presente. È la coincidenza fra l’opera e la vita”.

Secondo Pasi, Artaud riesce in ciò che a Sade è negato dalla stessa prigionia manicomiale, ma soprattutto dai limiti della pagina scritta letteraria, in quanto scopre il veicolo e lo strumento fondamentale e necessario: il teatro e la crudeltà.
Pasi collega la sua analisi di Artaud alla genesi del teatro delle origini, descrivendo un autore che persegue una tale ricerca e che muore nel momento in cui può offrire la propria “carne” quale scena del teatro ritrovato.
Artaud è descritto da diversi studiosi e da se stesso come uno sciamano che ritorna da un viaggio dall’oltretomba e, come lo sciamano ri-fonda la comunità immolando il proprio corpo, che diviene altare per la celebrazione del rito dimenticato

Pasi descrive l’approdo teatrale dell’angoscia esistenziale di Artaud:

Teatro come violenza in quanto distruzione (l’assassinio del padre, il Logos, la demolizione del teatro teologico-rappresentativo) e ricreazione al contempo (il Teatro e il suo doppio, la vita, l’altra faccia della vita). Parto doloroso. Teatro come sala chirurgica. Lo strappo dell’essere mutilato, frammentario, per la nascita dell’uomo nuovo, integrale. Genesi della creazione”.

Ancora Carlo Pasi, in un altro dei suoi studi dedicati ad Artaud, dice che la crudeltà è “lacerazione” e ulcerazione dell’ordine oppressivo della norma ed aggiunge: “la crudeltà è uno strappo all’ordine di dio, alla repressione e alla colpa che ne discendono. È nello stesso tempo rifiuto della sessualità e della nascita, rivolta contro il padre e automutilazione sanguinosa”.

Artaud afferma ripetutamente che la crudeltà è ciò che muove il mondo, ma la crudeltà è anche coscienza, perché è sapienza conquistata contro gli altri e contro se stessi.
Questa ricerca di un ordine interno è un atto di violenza verso se stessi. È solitudine e silenzio. Una forma di mutilazione. Recidere le parti molli dell’essere. Soffocare le concitazioni, i tumulti del cuore. Spegnere gli ardori incontrollati”.

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